chi ha inventato il sonetto

Milano, Vita e Pensiero, 1997, pp. Il Casa possedeva molte opere di filosofia greca: Aristotele (con vari commenti antichi e moderni), Alessandro di Afrodisia, Giovanni Filopono, Platone, i neoplatonici (Ammonio, Simplicio, Porfirio, Proclo), Temistio, Teone di Alessandria. Why, that's from my favorite sonnet by Mrs. Browning. 143-58, pp. delle. Né si dimentichi la canzone. Comunque, fermi restando gli estremi costituiti dal sonetto proemiale e da quello conclusivo, è innegabile il chiaro percorso ascensionale che porta dall’uno all’altro, con la svolta “penitenziale” della canzone XLVII, la cui funzione e la cui posizione corrispondono perfettamente a quelle della canzone 264 dei, ), «Strumenti critici», 13 (1979), pp. il più esile e marginale nella seconda» (p. 291). Glauco, per lui, è l’anima non composta, originaria, cui si legano e si sovrappongono poi – quando essa cade sulla terra e nel corpo – elementi, aggiunte e scorie ad essa estranee, che per giungere all’Uno l’uomo deve eliminare, purificandosi e tornando alla semplicità originaria; cfr. At vero iam pridem vite simul et morti necessaria didicisti. 231-32, apparato), donde si ricava che Tasso aderisce già all’interpre-tazione dantesca del mito: «diventeremo quasi divini, come fe’ Glauco nel gustar de l’erba» (p. 232, variante di β). Come scrive nelle sue annotazioni Marco Aurelio Severino (Tarsia 1580 – Napoli 1656, medico e letterato, membro di quell’Accademia degli Oziosi frequentata, come abbiamo detto, anche dal Garigliano), «in somma questo componimento è rapidissimo, e di contratta velocità, quant’ogni altro, né veruno in ciò l’avanza, se non il sezzaio, che prerogative tiene per lo divin soggetto» (in G, , Caltanissetta, Sciascia, 2006, pp. 10Ma i due miti presentano anche altre analogie che certamente attirarono l’attenzione del poeta, e lo spinsero ad avvicinarli in questo sonetto. Né il Casa segue quanti (ad es. 23, dunque, Petrarca sperimenta finalmente su se stesso quelle metamorfosi che in prec. 37, 18È, questo, uno spunto quanto mai attinente allo svolgimento del canzoniere del Casa, la cui parte finale trova uno dei suoi temi portanti nel superamento dell’aspirazione alla gloria poetica: un superamento che non comporta per lui, ovviamente, la rinuncia alla letteratura, quanto piuttosto il rifiuto di una concezione puramente “esteriore” di essa (intesa, come nel petrarchesco Secretum, quale strumento privilegiato per soddisfare la curiositas e conseguire la fama), ora abbandonata a favore di un approccio capace di attingere la “sostanza” eticoesistenziale dei testi,38 sgombrando il campo da “accidenti”, orpelli ed elementi superflui (quasi che anche la poesia, al pari della vita, fosse un Glauco cui è necessario sottrarre scorie e impurità, con un michelangiolesco levare richiamato opportunamente da Giuliano Tanturli per il sonetto lxiv, ultimo della silloge).39. XI, 1-3, eil Fedro platonico); e Longhi, Il tutto e le parti nel sistema di un canzoniere cit., pp. Respondebis forsitan, ut vite tue profutura condiscas. 157-245) accoglie solo la terza redazione (risalente al 1586 e intitolata Il Nifo overo del piacere), con le «varianti intermedie d’autore attestate daEeF (redazione di β)», dove E = Modena, Bibl. 2Il componimento è occupato dall’evocazione di due miti classici, simmetricamente distribuiti nelle sue due parti: nelle quartine, il mito del pescatore Glauco, che avendo visto i pesci da lui catturati tornare miracolosamente in vita, volle mangiare l’erba sulla quale li aveva deposti, e si trasformò in un dio marino; nelle terzine, il mito di Esaco, il quale, in preda alla disperazione per aver indirettamente causato la morte dell’amata Esperia (uccisa da un serpente mentre egli la inseguiva), decise di gettarsi in mare, ma venne salvato da Tetide, che, impietositasi, lo trasformò in un uccello marino, lo smergo. Singula hec haud negligenter legisse me noveris. in particolare 246c: «quando [l’anima] è perfetta e fornita di ali vola in alto e ha cura dell’intero mondo; ma nel caso che abbia perso le ali, è spinta fino a che si impadronisca di qualcosa di duro, dove, prendendo dimora, impossessatasi di un corpo terrestre, che sembra muoversi da sé in virtù della potenza di lei, è chiamato vivente nella sua interezza, anima e corpo insieme, e acquista la denominazione di mortale»; 246d-e: «La potenza dell’ala è per natura di condurre in alto ciò che è pesante, volando lassù dove risiede la stirpe degli dei. Studi offerti a Aulo Greco, Roma, Bonacci, 1993, pp. Di Michelangelo cfr. Prima né poi, se non in questa mia 66 Vd. 381: «la terrifica raucitate de l’urinante Esacho»); e un sonetto di Niccolò Franco, incentrato sul solo Esaco, che ancora va in cerca della donna amata (1-4: « Esaco avventuroso, che nel mare / ch’io varco con Amor, mostri al mio viso / che da l’antico stil non t’ha diviso / la morte ch’a te pur ti piacque dare»). 23 Ariani (commento cit., p. 765) rinvia a Orazio, Carm. e par che sia una cosa venuta Nelle, infatti, Glauco viene accolto fra le divinità marine, e la sua è presentata come una divinizzazione, analogamente a quanto fa Dante nel primo del, di cui il poeta si serve per rendere l’idea del «trasumanare», ossia dell’altrimenti indescrivibile passaggio dell’uomo alla condizione divina). Lettioni lette nell’Academia de gli Humoristi di Roma sopra alcuni sonetti di Mo, , p. 52; ivi, ap. intero v. 5, come notano i commentatori, è esemplato su Petrarca, . Sicché, anche nel Casa, l’impiego di simili accorgimenti metrico-retorici si configura non come movimento verso la forma aperta dettato da insofferenza nei confronti delle forme chiuse, bensì, al contrario, come aspirazione a uno stile ancora più complesso, duro e ricercato, lontano da ogni fluidità discorsiva e incline piuttosto alla. e che le sono necessarie per risalire verso Dio. 18 e 21), dove domina l’area metaforica del cibo (vd. Altri elementi comuni ai due miti sono poi l’acqua e l’erba, parimenti portatrici di topiche valenze simboliche. Allo stesso modo, anche noi vediamo l, anima ora che è oppressa da infiniti mali. che 'ntender no la può chi non la prova: e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d'amore,che va dicendo a l'anima: Sospira.». da Carrai, p. 110). )definisce quelle di Glauco ed Esaco «metamorfosi degradanti, allusive al proprio regresso», e suggerisce il confronto per antitesi con la trasformazione di se stesso in cigno descritta da Orazio nell’ultima ode del II libro (20, 9-12), che allude invece all’immortalità conseguita grazie alla poesia, mentre qui l’aspirazione all’immortalità è causa della metamorfosi degradante di Glauco. 76 M. Ariani, Petrarchisti e manieristi, in Antologia della poesia italiana, II, cit., pp. essendo l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio. Inoltre, nel sonetto lxiv l’anima è definita «la pura / parte di me» (vv. Né si dimentichi la canzone xlvi, che fa posto (vv. Di queste cose si nutre e si accresce al massimo grado la parte alata dell’anima, mentre con il turpe e il cattivo, e con cose che le sono contrarie, deperisce e muore»; 248b-c: «Il motivo da cui nasce il grande zelo di vedere dove sia la pianura della verità, è che il pascolo adeguato alla parte migliore dell’anima si dà il caso che sia proveniente da quella prateria là, e che la natura dell’ala, con cui l’anima si rende leggera, si nutre di questo. (Questo tipo di concatenazione richiama molto da vicino il rondò, componimento in cui l'ultimo verso della prima stanza è ripreso quale primo della seconda. ], sia, capillarmente e in maniera diffusa, dalla continuità di un lessico fedele a se stesso dall’inizio alla fine del libro, costituente un sistema coeso, che è passibile di cauti ampliamenti omogenei, ma intollerante di qualsivoglia innesto eterogeneo». Ma voi direte: - Forse ei non faranno - 66-67). il mio, Dall’“epistola” al “carme”. ), Questa variante si sviluppò nel sec. Erat igitur potius quemadmodum in actum illa produceres experiendo tentandum, quam in laboriosa cognitione procedendum, ubi novi semper recessus et inaccesse latebre et inquisitionum nullus est terminus. le due interiezioni collocate a specchio ai vv. Or di quella esca / foss’io digiun, ch’anchor mi grava, e ’n guerra [vd. del Casa anche il sonetto XXIX, 10-11, dove egli proclama che la bellezza della donna da lui amata pareggia quella delle dee del giudizio di Paride). . secondo lo schema aBbA , aBbA , CdC , DcD . 19-22 della sestina, 6-7] / sì dolce mensa ingombri! anche B. IV, m. 1, 1-4: «Sunt etenim pennae volucres mihi / Quae celsa conscendant poli; / Quas sibi cum velox mens induit, / Terras perosa despicit». Un poeta umanista quale è il Casa, però, può discostarsi dalle sue fonti solo se autorizzato da altre non meno autorevoli fonti. di Giuseppe Lozza, Milano, Mondadori, 1990, pp. oltre, nota 12) e da Sertorio Quattromani. Ma si sono aggiunti nuovi elementi: conchiglie, alghe, sassi, sicché Glauco assomiglia più a un altro essere qualsiasi che a quello che era originariamente. 471-98: 492-93, non esclude invece che l’ordinamento del Chigiano possa essere quello d’autore, e che il Gemini sia intervenuto per assegnare alla raccolta una chiusa “religiosa” più conveniente al clima controriformistico. Qui però non sembra che Casa pensi a questa interpretazione del mito (dove pure l’atto di gettarsi in mare è visto negativamente, come un tentativo di suicidio causato dal tedio per la vita, e dove quest’ultimo scaturisce dalla perversa sete di immortalità, un po’ come nel mito celebre della Sibilla cumana). Il sonetto è stato inventato da Jacopo da Lentini verso la prima metà del Duecento, nell'ambito della scuola poetica siciliana, sulla base di una stanza isolata di canzone, in modo che la struttura metrica formata da quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine e due terzine, sia identica a quella di una stanza con fronte di due piedi e sirma di due volte senza concatenazione. A. Cardillo, Introduzione all’ed. 7Specialmente indicativa, sotto questo profilo, è la prima stesura del dialogo tassiano Il Gonzaga o vero del piacer onesto (1580), dove l’aristotelico Agostino Nifo, accingendosi a una sottilissima illustrazione filosofica del sonetto lxii,definisce l’autore «nobilissimo poeta ed oratore, e de gli occulti misteri non meno de la filosofia che de la poetica conoscitore».14 Qui, verso la fine, i due interlocutori (il Nifo, chiamato Agostino Sessa dal nome della sua città natale, e Cesare Gonzaga) si intrattengono a lungo sull’esegesi allegorico-filosofica del nostro sonetto e in particolare della figura mitologica di Glauco (vv. Carraud, Grenoble, Jerôme Millon, 2002, I, p. 226. vi ringrazio in anticipo xk io nn sarei capace di creare un sonetto..Grazie 1000 E sopra, p. 231, variante di E: «l’appetito ragionevole, essendo tirato a basso dal concupiscibile, è quasi sforzato; ma s’egli è rapito da la somma parte de l’intelletto, diviene quasi divino: laonde, sentiamo qual si fe’ Glauco nel gustar de l’erba. Conven dunque misera, Inoltre, si tratta – come già detto – di due metamorfosi affini, dal momento che esemplificano, in ordine inverso e dunque con effetto di, che hanno segnato la vita del Casa, l’amore e l’ambizione (rivolta, quest’ultima, a due oggetti distinti: gloria poetica e onori mondani), Glauco, infatti, si è trasformato in mostro marino per desiderio di immortalità (avendo voluto provare su di sé gli effetti dell’erba miracolosa che aveva ridato vita ai pesci morti), mentre Esaco è divenuto smergo in seguito al suo amore infelice ed eccessivo per Esperia. (e vd. a testo si trova a p. 55, l’analisi del sonetto alle pp. Petrarca, Secretum cit., p. 230:«A. Tra queste varianti si trova un passo, poi cassato, che contiene una breve menzione di Glauco (pp. : per un attacco analogo, nella medesima posizione metrica (in apertura di sirma), vd. s'elli è dolore alcun, quanto 'l mio, grave; , a cura di G. Petrocchi, Firenze, Le Lettere, 1994, vol. 13 Scarpa, La biblioteca cit., passim. 297 sottolinea la «azione unificante svolta sia da alcune immagini [. Note sulla lirica di Giovanni Della Casa, «La parola del testo», 2 (1998), pp. di Gaspara Stampa «La mia vita è un mar; l’acqua è ’l mio pianto», e alcuni luoghi paralleli di Bernardo Cappello. Abbreviazioni adottate nelle note: Carrai = Introduzione, Nota al testo e commento a Giovanni Della Casa, Rime, a cura di S. Carrai, Torino, Einaudi, 2003 (edizione donde sempre si ricavano, talora con alcune modifiche nell’interpunzione, le citazioni delle liriche casiane); Garigliano =Pompeo Garigliano, Lezione nell’Accademia degli Umoristi di Roma sopra il sonetto LVII di Monsignor Giovanni Della Casa «Già lessi, ed or conosco in me, siccome», in Giovanni Della Casa, Opere, Napoli, s.t., 1733, III, pp. . 749-95). Si tratta infatti di due miti che per il Casa alludono al motivo platonico della caduta dell’anima, all’idea dell’uomo, cioè, che perde la sua primitiva perfezione e piomba nell’opacità della materia; due miti, potremmo dire, della “pesantezza” che aggrava, e che toglie all’anima quelle ali di cui parla appunto Platone nel. »), si contrappone con immediato parallelismo l’odierna presa di coscienza» («or conosco. Vd. che, Se dunque il primo è il mito della discesa inesorabile, il secondo è quello della risalita difficile (o impossibile), neoplatonico. Da qui l’antitesi «. Infatti, se, come detto, i miti di Glauco e di Esaco si dividono con assoluta regolarità le due parti del componimento (vv. Se è suo – il sonetto è infatti conteso al Casa da Gandolfo Porrino, che nel 1551 lo stampò fra le sue rime – si comprende perché il Casa lo abbia escluso dal canzoniere. 60-74) alla rievocazione di tre celebri metamorfosi, quelle di Dafne, Anassarete e Narciso: personaggi mitologici puniti per aver rifiutato l’amore, e la cui sorte il poeta auspica anche per la donna da lui amata.58, 23Molto stretti, come stiamo vedendo, sono in particolare i nodi che legano il sonetto lxii al lxiv. è sintomo ed espressione dell’inquietudine interiore del poeta, che si tradurrebbe in un’arte “manieristica” e tormentata; tuttavia, sembra più appropriato ricondurre il fenomeno a una matrice non tanto psicologica o addirittura storico-sociologica. Ponendosi al di fuori delle premure umane e divenuto prossimo al divino [. 20 Il nesso fra i due miti, insomma, è costituito dal fatto che Glauco si copre di scorie che lo sfigurano, ed Esaco si appesantisce col cibo: in entrambi i casi, si tratta di elementi esterni e impuri che compromettono la perfezione originaria dell’anima.21. anastatica delle Rime et prose, pp. I versi sono tutti settenari il 9°, l'11°, il 12° e il 14° sono tronchi. Respondebis forsitan, ut vite tue profutura condiscas. 163-64, collega il sonetto al soggiorno del Casa a Nervesa, scrivendo che «il complesso percorso mnemonico suggerito dalle favole ovidiane di Esaco e di Glauco [. 75 A riprova, si può osservare, in conclusione, come nel caso del sonetto lxii (ma anche in altri), l’inelu-dibile esempio petrarchesco fornisse al Casa suggestioni anche di questa natura, se è vero che nella canzone delle metamorfosi i cinque miti risultano asimmetricamente suddivisi in otto stanze, e che, mentre gli ultimi due si esauriscono in una sola stanza (le stanze, rispettivamente, 6e 8), i primi tre vengono distribuiti – con effetto di enjambement logico – a cavallo tra due stanze consecutive (nell’ordine, le stanze 2-3, 3-4e 4-5). 19-68 (secondo il testo della stampa Delle rime et prose del sig. : caduta, consapevolezza della colpa, ravvedimento, pentimento e aspirazione al cambiamento, conversione, Si noti, a questo riguardo, anche la differenza dei tempi: di Glauco si parla al passato (, Come a dire che il Casa è stato Glauco – quando, sceso puro nel mondo, si è aggravato di pesi materiali – ed è ancora oggi Esaco, che riesce a volare solo se digiuno (giacché egli, non avendo in tutto compiuto il suo cammino di perfezionamento morale, conosce periodiche ricadute nel male), cit., p. 80, per il quale «l’esperienza di vita [. che ne costituisce il modello diretto: potremmo dire, anzi, che il nostro sonetto è l’equivalente casiano della canzone delle metamorfosi, quasi una sua moderna riproduzione in scala ridotta. Il Garigliano, nato a Capua in data ignota e morto a Roma intorno al 1630, fu uomo di Chiesa e professore di filosofia al Collegio Romano; sul Casa compose sette lezioni su altrettanti sonetti (alle cinque ora ricordate devono infatti aggiungersi altre due lezioni, sui sonetti II e LII, recitate presso l’Accademia degli Oziosi di Napoli e parimenti stampate in quella stessa città dal Roncagliolo nel 1616). Amore è unico cibo del poeta anche a xliv 6 ea xlvii 32 (dove egli ricorda che in gioventù era attratto dalla bellezza femminile come l’uccello che scende dall’alto e vola al suo cibo; l’esca dell’amore ritorna ivi anche al v. 61); mentre nel madrigale extravagante 72 compaiono il cibo soave e la sinonimica esca di Amor, che fanno soffrire più del digiuno (v. 7: «che fia dunque ’l digiun se ’l cibo è guai / [...]?»). Qui, in particolare, tutto si fonda sulla figura dell’antitesi: puroimpuro, leggero-pesante, alto-basso, digiuno-sazio, leggere-conoscere, chiaro-scuro (ossia, luce-ombra: un contrasto, questo, sviluppato più a fondo nel sonetto, , che su di esso è interamente imperniato; e si ricordi anche la canzone, , dove il poeta afferma ai vv. Aristippo, gettato in seguito a un naufragio sulle spiagge di Rodi, si diresse in città e vi tenne una lezione di filosofia, ricevendone doni in abbondanza; cosicché, quando i suoi compagni, mentre si apprestavano a tornare in patria, gli chiesero che cosa volesse mandare a dire a casa sua, rispose che dicessero loro di fornire ai figli possedimenti e viatichi tali che potessero scampare a un naufragio insieme con loro. . F. Imo vero inter legendo plurimum; libro autem e manibus elapso assensio simul omnis intercidit. 43 Longhi, Il tutto e le parti nel sistema di un canzoniere cit., p. 287, parla per questa canzone di «accentuato aspetto di riflessione strutturale sullo svolgimento dell’opera ancora in corso» e di «recapitolazione, graduata secondo una progressione ascendente, dei tre miti costruiti nel canzoniere», che «si intesse di fittissime riprese dai componimenti precedenti»; è infatti «un’antologia dei topoi del canzoniere, che ha lo scopo espresso di rappresentarne, in un concentrato ristretto, l’intero universo segnico». Francesco Bausi, « Il sonetto lxii di Giovanni della Casa e l’epilogo del suo «Canzoniere» », Italique, XV | 2012, 11-46. in particolare 61-62 («Membrando vo che men di lei fugace / donna sentìo fermarsi», in riferime. Domenico Roncagliolo, 1616. immagine del trarre la luce dagli abissi, e dunque l, idea della risalita dal mare alla superficie, del passaggio dall, impurità alla purezza, dalle tenebre alla luce: anche qui la creazione come un trarre, uno sprigionare la forma, cioè l, altronde, nel sonetto conclusivo «la pura parte» dell, uomo involta nelle nubi della vita mortale corrisponde a Glauco coperto dalle impurità del mare; e gli abissi oscuri e misti donde Dio ha tratto il cielo e la luce corrispondono al mare in cui si sprofondano Glauco ed Esaco: come Dio ha tratto da quegli abissi la luce, così l. uomo, al pari di Esaco, deve risalire da quel mare verso il cielo. da Schulz-Buschhaus, cit., p. 210, in tal modo il Casa «ottenne che il volgare di Petrarca e di Bembo, ripensato e ricalcato sul modello oraziano, sembrasse parlare latino». 87-89, pur pronunciandosi, quanto ai due sonetti conclusivi, a favore dell’ordinamento della prima stampa, non esclude che il poeta sia rimasto incerto fino all’ultimo sulla disposizione da adottare. Il Casa affermerebbe cioè che, come Esaco resta sempre segnato dall’amore, così egli continua ad essere macchiato dal desiderio di terrene esche mortali, fra cui – in questa estrema fase della sua vita – predominano il desiderio di gloria e l’ambizione politica.45 Ma l’ambiguità non sembra sanabile, e forse è intenzionale. platonica, dove Glauco rappresenta l’anima dell’uomo che ha perduto la sua costitutiva purezza a causa degli elementi esterni che l’hanno corrotta e sfigurata in seguito alla sua unione con il corpo e ai vizi da tale unione scaturiti: Trad. 1-8, riferiti dal Gonzaga), interpretandola nello stesso senso del Casa, quello platonico. qui sotto); — 14 esche: cfr. conosco»: il Casa – come Petrarca – conosceva benissimo e da molto tempo quei passi, ma solo ora ne comprende il senso profondo e ne ricava un insegnamento morale, mentre in passato la sua era stata una fruizione puramente letteraria. Esso è legato soprattutto al genere lirico ma anche ad altri generi, come quelli giocosi o comici di Cecco Angiolieri o satirici di Carlo Porta di Giuseppe Gioachino Belli, di Trilussa, nei quali si ritrovano non solo la critica della società e dei costumi, ma anche i temi a carattere filosofico e politico, come nei sonetti di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella. a te, Madonna, miserando orrare.». 71 Come fa ad es. come se proprio fossero il Granduca. Vd. Uno schema possibile: AABB AABB AABB AABB CDC CDC DCD DCD. e poi imaginate 2) il tema dell’uccello appesantito e dunque impossibilitato a volare (come lo smergo in cui si trasformò Esaco),51 cui il Casa paragona se stesso, desideroso ma incapace di sfuggire ai lacci terreni, domina nella parte finale delle rime. Stella Galbiati, L’esperienza lirica di Giovanni Della Casa cit., che alle pp. qui ad es. In questo doppio movimento, Glauco scende nel mare (in basso), Esaco vorrebbe levarsi verso l’alto (in cielo), ma non può farlo perché ancora gravato dalle passioni, tanto che, secondo il mito, continua anche dopo la sua metamorfosi a portare i segni della passione amorosa che lo ha reso macilento; allo stesso modo, il Casa dichiara, a, 62, di essersi allontanato dall’amore «tardo [, et lasso a lento volo», ma di fatto non afferma di aver vinto del tutto il desiderio amoroso (si veda inoltre, , pur proclamando che è ormai tempo per lui di liberarsi dai lacci d’amore, si definisce al v. 70«canuto amante», e ai vv. Sonetto 1000 Like a hidden treasure, the joy is in its discovery. » (sono i tre temi delle rime casiane, gli oggetti della sua ricerca: amore, gloria poetica, onori mondani). 18 Ma anche Ovidio, Met., XI, 753 definisce lo smergo «spatiosum in guttura». potreste scrivermi un sonetto inventato da voi !! E se d'intorno avete alcun che mordi, soprattutto il sonetto 15, È, questo, uno spunto quanto mai attinente allo svolgimento del canzoniere del Casa, la cui parte finale trova uno dei suoi temi portanti nel superamento dell’aspirazione alla gloria poetica: un superamento che non comporta per lui, ovviamente, la rinuncia alla letteratura, quanto piuttosto il rifiuto di una concezione puramente “esteriore” di essa (intesa, come nel petrarchesco, quale strumento privilegiato per soddisfare la. La "coda" non ha una lunghezza definita, si va da tre versi a molte decine; quando la lunghezza si faceva esorbitante il "sonetto" era detto "sonettessa". Cognizione del reale e letteratura in Giovanni Della Casa. Beatrice tutta ne l’etterne rote fissa con li occhi stava; e io in lei le luci fissi, di là sù rimote. »), si contrappone con immediato parallelismo l’odierna presa di coscienza» («, conosco. E la penna si muove Aristippo, gettato in seguito a un naufragio sulle spiagge di Rodi, si diresse in città e vi tenne una lezione di filosofia, ricevendone doni in abbondanza; cosicché, quando i suoi compagni, mentre si apprestavano a tornare in patria, gli chiesero che cosa volesse mandare a dire a casa sua, rispose che dicessero loro di fornire ai figli possedimenti e viatichi tali che potessero scampare a un naufragio insieme con loro. Esso può fornire dunque una privilegiata porta d’accesso alla complessa arte di Giovanni Della Casa, e insieme consentire – per la sua particolare posizione in seno al libro – di mettere in luce le raffinate dinamiche strutturali della sua sezione conclusiva. «Io vi mando, Giuliano, alquanti tordi, anche il mio I carmi latini di Giovanni Della Casa e la poesia umanistica fra Quattro e Cinquecento cit., pp. Sul genere metrico-letterario dei «Sepolcri», I «Sepolcri» di Foscolo. ad es. qui più avanti, a testo). 157-245) accoglie solo la terza redazione (risalente al 1586 e intitolata, ), con le «varianti intermedie d’autore attestate daEeF (redazione di, . 239-40: 240). Altri si alzano un poco dal basso, perché la parte più elevata della loro anima li spinge dal piacere alla bellezza; tuttavia, dato che non sono capaci di guardare in alto e non hanno altro cui appoggiarsi, precipitano, insieme con il nome della virtù, verso la prassi, verso la scelta tra le cose di quaggiù, da cui prima avevano tentato di innalzarsi. Schema d'esempio: ABBA ABBA BAB ABA. Try it now. 12 e 16 (pp. Si ritiene infatti che esso sia stato inventato verso la metà del Duecento da Giacomo da Lentini (1210-1260), poeta della Scuola Siciliana , sviluppatasi attorno alla corte di Federico II a Palermo. 109-33), LVII (pp. anche XLVI, 62, cit. Sonetto 900 Embrace a seamless designer look. da chi con maggiore convinzione ha sostenuto l’ipotesi del “divorzio” tra musica e poesia nella tradizione italiana, ivi compreso Aurelio Roncaglia, che pur non avendo inventato l’immagine è sicuramente colui che più ha contribuito a renderla popolare11. Inoltre, lo spunto iniziale («Già lessi, ed or conosco») del nostro sonetto tornerà identico nella fronte del, , imperniata sulla medesima contrapposizione tra passato e presente: «Questa vita mortal [...] involto havea fin qui la pura / parte di me nell’atre nubi sue. 21Il sonetto lxii, insomma, si presenta come una sorta di testo-consuntivo, collocato com’è in una posizione strategica all’interno delle rime, dopo la sestina lxi (che proclama la rinuncia definitiva agli onori mondani) e prima degli ultimi due sonetti, occupati nell’ordine dal pensiero della morte incombente e dalla rasserenante scoperta della presenza divina nel mondo e in se stessi,46 col finale approdo alla vita contemplativa (nell’ultimo sonetto infatti il poeta, letteralmente, contempla l’universo e, così facendo, si innalza finalmente al di sopra della terra). 20 Fedro, 246c-256e. critica curata da Ezio Raimondi (T, , Firenze, Sansoni, 1958, vol. Torquato Tasso, , Venezia, Vasalini, 1583); il passo qui cit. Il sonetto godrà di una grande fortuna anche al di fuori dell'Italia: nella letteratura portoghese, spagnola, francese, tedesca e anche inglese, dove troverà tra i suoi estimatori anche Shakespeare, Milton e Neruda. 1-183), presentino una struttura “d’autore” e possano dunque definirsi un “canzoniere”, è oggi riconosciuto dalla maggioranza degli studiosi, anche se non tutti credono a un ordinamento rigoroso e calibrato in tutte le sue parti, e alcuni sospettano che la scelta e la disposizione dei testi possano risalire almeno in qualche misura all’iniziativa del curatore Erasmo Gemini (vd. La studiosa ricorda in particolare Bartolomeo Arnigio (il quale, membro dell’Accademia degli Occulti di Brescia, già nel 1568 riconduce i versi del Casa al decimo libro della, Rime degli Accademici Occulti con le loro imprese et discorsi. Così nel terzo libro del dialogo, dove Agostino cita due versi ovidiani (, . sogni... pensieri sussurrati dal cuore. area metaforica del cibo (vd. TEXT The term sonnet is derived from the Italian word sonetto (from Old Provençal word son song, from Latin sonus). Allora si potrebbe scorgere come sia la sua vera natura, complessa oppure semplice, e di quali elementi si componga. 30 Anche in Rvf 23, dunque, Petrarca sperimenta finalmente su se stesso quelle metamorfosi che in precedenza aveva considerato semplici invenzioni letterarie, senza sospettare che potessero avere un contenuto eticamente vero e potessero quindi costituire exempla utili alla vita (nella fattispecie, a guardarsi dall’amore, che fa soffrire l’uomo e lo priva della ragione, riducendolo ad animale bruto o ad essere inanimato). . Giovanni Della Casa (1616), in Giovanni Della Casa, Opere, Venezia, Pasinello, 1728, I, p. 396, secondo cui il Casa «a guisa di nuovo Pindaro s’innalza che nulla più, con virtù inestimabile». Inoltre, canzone e sonetto insistono con dolente meraviglia sul passaggio dalla lettura alla vera conoscenza: il primo verso del sonetto, si impernia sulla distinzione fra un passato in cui i testi letterari erano stati fruiti in modo epidermico (per mero diletto o pura erudizione, evidentemente), e un presente in cui l’autore invece finalmente comprende, sperimentandolo sulla propria pelle, il senso profondo di ciò che in precedenza aveva sì letto, ma senza trarne profitto e (come avrebbe detto Machiavelli), , dopo aver rievocato la propria trasformazione in fonte (sulla scorta del mito di Biblide), constata stupito come quella storia, che fino ad allora gli era parsa un’inverosimile favola, possieda un contenuto di verità prima insospettato, ma di cui egli ha poi personalmente fatto diretta esperienza: «Chi udì mai d’uom vero nascer fonte? 11Del resto, nei versi casiani fortissima è l’insistenza sulla colpa e sulla responsabilità dell’uomo: Glauco, scrive infatti il poeta, si pose in mare, con un’espressione affine a quella ovidiana («corpusque sub aequora mersi»), ma che – nella sintetica narrazione del sonetto lxii, dove è omessa la descrizione della metamorfosi – sottolinea marcatamente l’elemento volontaristico della scelta individuale da parte dell’uomo che decide di rinunciare alla sua primigenia purezza per lasciarsi contaminare dalle «indegne some» mortali.

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